Tra oligopoli e Intelligenza artificiale

Basta scorrere la classifica delle persone più ricche del mondo, per capire come il business dei social network, arricchito dall’Intelligenza artificiale (Ai), sia fonte di guadagni miliardari. I social macinano denaro in quantità in un sistema solo parzialmente regolamentato, dando vita a un oligopolio digitale che per autogenerarsi utilizza le infrastrutture create con i soldi dei contribuenti. Cittadini che da qualche mese sono costretti o a pagare delle quote di adesione alle piattaforme, oppure ad aprire le porte della propria privacy per poter continuare a far parte di quella che dovrebbe essere una società virtuale aperta, proprio perché “transita” sulle realizzate dallo Stato.  E se tutto ciò avviene dopo anni di dibattiti sulla necessità di porre delle regole alla giungla dei network digitali e del commercio elettronico, cosa ci possiamo aspettare dal crescente sviluppo dell’Ai senza, al momento, leggi e regole che ne controllino lo sviluppo?

L’ultimo numero di Wired, il magazine su tecnologia, visioni,  innovazione e futuro dedica uno speciale ad “Elon Musk e gli altri padroni del mondo”. Decine di pagine per comprendere chi ha in mano le redini del futuro, ovvero le chiavi di accesso all’Intelligenza artificiale.

Fa rabbrividire il solo pensiero di un’esistenza fatta di algoritmi e robot che si sostituiscono all’uomo. Sarebbe un mondo di più semplice gestione e controllo, manovrato dai padroni degli algoritmi, come ad esempio quelli dediti alla diffusione delle fake news, che sostituiscono e annullano il ruolo del giornalismo. L’informazione è uno dei baluardi della democrazia ed è anche, e soprattutto, il risultato di una professione in cui il copyright va fatto rispettare. La vertenza legale avviata dal News York Times nei confronti di uno dei giganti dell’Ai per la tutela del diritto d’autore è solo la punta dell’iceberg di un sistema in cui il frutto della produzione intelettuale non viene protetto, permettendo di sfamare gli algoritmi con la creatività umana senza pagare nulla.

La necessità di intervenire per governare a livello globale i modi e gli utilizzi delle tecnologie digitali è stata invocata da Papa Francesco nella sua lettera “Intelligenza arftificiale e pace”, sottolineata nel documento finale del forum sull’Ai organizzato a Londra dal premier britannico, inserita negli indirizzi dell’Ai Act dell’Unione euopea, sollecitata nelle parole del Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, durante il messaggio di fine anno.

Servono leggi immediate a tutela dei cittadini, garantendo loro l’accesso alle fonti informative non generate dagli algoritmi. Va sostenuto il settore giornalistico sia con nuove norme, sia  intervenendo con aiuti pubblici alle aziende editoriali che creano occupazione, mettendo in primo piano la dignità del lavoro rispetto all’impiego di sistemi generativi che copiano e incollano il prodotto dell’ingegno umano. L’evoluzione tecnologica va favorita, ma prima vanno regolamentati i settori che contribuiscono alla vita dei processi democratici.  

Garanzia pubblica e indipendenza dell’Inpgi degli autonomi: tante regole da riscrivere

Dalla Newsletter dell’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia.

In queste settimane ho incontrato e parlato con molte colleghe e colleghi. Ringrazio le redazioni del Messaggero Veneto e della Rai regionale, per aver organizzato due appuntamenti di aggiornamento sulla fase di transizione previdenziale che stiamo vivendo. Sono stati dei momenti molto utili per me e nei quali, grazie alle domande poste, ho avuto modo di capire quanto sia necessario informare sui cambiamenti in atto. La transizione verso l’Inps ci ha dato la serenità di veder garantiti i contributi da noi versati. La privatizzazione dell’Istituto di via Nizza aveva comportato una riduzione della tutela dello Stato in caso di insolvenza, con la garanzia della sola pensione sociale minima. Questo rischio, grazie alla legge di Bilancio 2021, non esiste più. Inoltre, rimane autonoma la gestione separata che ormai si chiama Inpgi. E su questo farò un passaggio più sotto.

Per comprendere nel dettaglio cosa è successo e perché è stata individuata questa soluzione piuttosto che l’allargamento della platea, vi rimando alla webinar organizzata a inizio febbraio dai Consulenti del lavoro bit.ly/3tu7ZJg. Se da un lato la crisi del settore dell’informazione – è stato stimato dall’Inps – avrebbe portato all’erosione del patrimonio dell’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani entro il 2027, alcuni dirigenti dell’Istituto nazionale di previdenza sociale hanno rilevato sia che gli interventi fatti dall’Inpgi per riportare in rotta i conti sono stati tardivi, sia che l’allargamento forzato della platea contributiva oltre a non essere sufficiente a garantire stabilità a lungo termine, avrebbe creato il primo caso di trasferimento di persone da una gestione previdenziale ad un’altra con l’intento di coprirne il deficit di bilancio.

Dal 1 primo luglio 2022, quindi, i giornalisti professionisti, praticanti e pubblicisti con lavoro subordinato saranno iscritti all’Inps, rimanendo inalterate le quote pensione e le anzianità contributive maturale al 30 giugno 2022. Nelle prossime settimane confido di avere maggiori informazioni da parte dell’Inpgi, per poter quindi rispondere alle domande e ai dubbi di tutti noi. Fino al 31 dicembre 2023 i trattamenti di disoccupazione e cassa integrazione guadagni seguiranno le regole in vigore all’Inpgi al 31 dicembre 2021.

Prima di darvi appuntamento alle prossime settimane per le indicazioni che arriveranno da Roma, consentitemi un breve passaggio sul futuro Inpgi dei giornalisti autonomi. Al momento a rappresentare i 45.791 iscritti ci sono 5 rappresentanti eletti su scala nazionale. Nella proposta di riforma dello Statuto fatta nei giorni scorsi nella commissione dedicata, la presidente Marina Macelloni ha illustrato una revisione che prevede un Consiglio generale di 46 componenti (ora a rappresentare gli iscritti di Inpgi 1 e Inpgi 2 siamo in 62) e un Consiglio di amministrazione di 5 membri (ora sono dieci, senza contare i rappresentanti dei ministeri e della Fieg). Numeri sui quali ci sarà da discutere, come potete immaginare. Segnalo sul tema l’esistenza di un gruppo di giornalisti lavoratori autonomi, che nelle passate settimane ha lanciato un appello chiedendo “una gestione agile e sobria, puntando sull’efficienza e senza sovradimensionamenti dell’ente”. Ritornerò sull’argomento nelle prossime settimane, auspicando che anche i promotori dell’appello avranno qualcosa da dire in merito alla proposta di riforma. Grazie per l’attenzione.

Salvando la previdenza, la politica ha dimostrato attenzione al settore dell’informazione: sono maturi anche i tempi per la tanto attesa riforma?

C’è chi dice che l’intervento fatto da Governo e Parlamento per salvare la previdenza dei giornalisti italiani, ha assorbito l’attenzione dell’esecutivo e della politica verso il settore dell’informazione. Onestamente, la vedo esattamente nella maniera inversa. Semmai, ciò che è stato fatto per tutelare i diritti pensionistici passati, presenti e futuri degli operatori dell’informazione, dimostra quanto sia importante questo settore per Governo e Parlamento. Siamo  una componente fondamentale della democrazia e proprio negli anni della pandemia la veridicità della notizia si è distinta dalle fake news. La riforma previdenziale ha avuto negli ultimi mesi una importante innovazione, che ha visto confluire la gestione sostitutiva dell’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani nell’Inps, lasciando indipendente la cassa dei liberi professionisti. I giornalisti non contrattualizzati sono infatti l’unica componente in crescita di un comparto colpito da una crisi senza precedenti. A questo punto e difronte a tale evidenza, andrebbero svecchiate anche le norme che definiscono la professione del giornalista, perché ormai risentono del peso degli anni. Nell’appello inviato ai parlamentari del Friuli Venezia Giulia per salvare il nostro sistema previdenziale, a maggio 2021 avevo  evidenziato la necessità di <…un intervento politico complessivo, che comprenda la revisione del sistema dell’informazione italiana fermo ad una legge istitutiva dell’ordine dei giornalisti vecchia di 58 anni e ormai superata, adeguandola ai profondi cambiamenti intervenuti e velocizzati ulteriormente dalla crisi pandemica…>. Con la  commissione creata ad hoc dal Governo si è data – e sottolineo in tempi brevi – soluzione  definitiva ai pluriennali deficit di bilancio dell’Inpgi. Una scelta operativa che in questa fase politica e istituzionale ha consentito di portare a termine un percorso prima impensabile.  A questo punto e vista l’attenzione prestata al settore dell’informazione, non si potrebbe prevedere il coinvolgimento del Parlamento per un percorso di riforma che guardi al  futuro? L’innovazione ha travolto il giornalismo e il modo di comunicare. Solo cambiando le regole con una visione nuova e moderna di tutto ciò che è informazione, potrà essere garantito il nostro apporto alla democrazia di questo Paese.

Passaggio dell’Inpgi all’Inps: il 2 febbraio un seminario per capirne di più

Sono numerose le richieste di informazioni sul futuro passaggio della gestione dell’Ago dall’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani all’Inps. Per iniziare ad avere maggiori indicazioni  su quanto accadrà vi segnalo questo seminario online previsto per il 2 febbraio prossimo, dalle 15.30 alle 17.30. Sarà una utile opportunità per sentire cosa cambierà proprio da chi nei prossimi mesi sarà impegnato a disegnare la transizione. Di seguito vi indico il link https://bit.ly/3rQRoyN per l’iscrizione al seminario che consentirà di acquisire crediti formativi.

La delibera dei prelievi sospesa solo a gennaio: come andrà a finire?

La scorsa  settimana il Cda dell’Inpgi ha approvato una delibera che sospende quella adottata a maggioranza a giugno 2021 e nella quale erano previsti aumenti contributivi, prelievi alle pensioni, limitazioni alla possibilità di cumulo e tagli alle prestazioni. A fine 2021, infatti, tale delibera era stata validata dai ministeri vigilanti del Lavoro e dell’Economia, ma i contenuti, visto il passaggio all’Inps, sarebbero diversi rispetto alle regole applicate proprio in questo Istituto. Vedremo cosa accadrà, perché al momento non basta questa decisione del Cda per annullare l’efficacia del provvedimento di giugno. L’auspicio è che non entrino in vigore ulteriori prelievi proprio nei mesi di transizione, perché sarebbe davvero penalizzante. Viene spontaneo chiedersi perché tutto ciò non sia stato fatto prima, durante il percorso che ha portato alla definizione del passaggio dell’Inpgi all’Inps. Dell’auspicio di congelare gli effetti della delibera di giugno 2021 ne avevo già parlato a luglio… 

L’Inpgi entra nell’Inps: previdenza salva con l’unica opzione possibile

Con il via libera della Camera dei Deputati alla legge di Bilancio, la previdenza dei giornalisti italiani è salva. Non era il passaggio della gestione principale all’Inps la strada  prevista dalla maggioranza che governa l’Inpgi, ma è l’unica sopravvivenza possibile con una riserva tecnica di 1,2 anni, che non garantisce l’erogazione delle pensioni neppure fino al 2024. La garanzia pubblica  per le pensioni dei giornalisti richiesta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, trova ideale completamento nella volontà politica frutto di un confronto intenso e finalmente trasparente sulla situazione dell’Istituto di previdenza di via Nizza. Il solo allargamento della platea dei contribuenti non sarebbe stato sufficiente a dare continuità e solidità al nostro futuro. Purtroppo per tanto tempo si è inseguito un intervento parziale ed ora confluire nell’Inps è l’unica via per garantire i nostri contributi. Non c’erano alternative e non ci sarebbe stata in futuro una condizione di condivisione politica come quella attuale. Della storia dell’Istituto rimarrà in vita solo la gestione separata che da adesso in poi erediterà il nome di Inpgi. Oggi è un giorno in cui si deve gioire, ci sarà tempo nelle prossime settimane per lavare i panni sporchi all’interno della categoria, spiegando come è stato gestito l’Istituto negli ultimi anni e di come ci sia stato grazie alla minoranza in consiglio generale il coraggio di confrontarsi con la politica su tutte le poste aperte con lo Stato. 

C’era il rischio di perdere l’autonomia dell’Istituto, ma era più importante garantire i nostri contributi. Per tale ragione ho inteso assieme ai colleghi definiti “di minoranza” avviare una operazione di informazione e trasparenza nei confronti di molti rappresentanti politici, con un confronto diretto  con l’on. Debora Serracchiani proprio sul tema dell’Istituto e su tutte le norme che ne hanno sovra-ordinato il funzionamento e le erogazioni negli ultimi settant’anni, da quella legge Rubinacci che lo trasformò in ente sostitutivo dell’Inps. 

Ci sono state tante voci di accusa nei confronti di una soluzione giusta e seria adottata dal Governo Draghi, che con la forza dei numeri e delle norme ha posto le basi per un futuro garantito e non aleatorio delle nostre pensioni. Nei prossimi mesi ci sarà una commissione mista che definirà le regole dei trasferimenti all’Inps e fin da ora chiederò un puntuale aggiornamento sui vari passaggi in modo da fornire le informazioni necessarie a tutti i colleghi. Vi chiedo di mandare cortesemente le vostre domande in modo da predisporne una raccolta e trasferirle a Roma per richiedere le risposte che già si possono avere e quelle che emergeranno nei prossimi mesi.

Macelloni:”Perdere l’Inpgi è un fallimento per tutta la categoria”. Ma purtroppo è un male necessario

“Perdere l’Inpgi è un fallimento per tutta la categoria”, così la presidente Marina Macelloni ha definito durante il Consiglio generale il passaggio della gestione principale dell’Inpgi all’Inps.
A mio avviso le cause di questo fallimento sono molteplici, ma con il passaggio all’Inps avremo la garanzia che i contributi versati non saranno persi. In realtà la maggioranza che governa l’Istituto nonostante ci fosse la possibilità di convocare il Consiglio in presenza per un confronto chiaro e definitivo, ha inteso riunirci per l’ennesima volta da remoto con le naturali criticità di un collegamento online con una settantina di persone con coperture di linea tra le più variegate. “Era complicato trovare una sala e siamo in emergenza pandemica” è stato detto, ma evidentemente non si è guardato a quanto avviene nel pubblico e nel privato in tutta Italia. Non è stata certo una scelta per risparmiare,  visto che non si è inteso  – in 15 consiglieri l’abbiamo richiesto – parlare  della riduzione dei compensi degli amministratori per i primi sei mesi del 2022.  Così è, la maggioranza decide ma si prende la responsabilità della guida dell’Istituto, anche alla luce del fatto che il Governo ha messo definitivamente nel cassetto l’allargamento della platea ai cosiddetti “comunicatori”, l’unica via considerata e sostenuta in via Nizza per la salvezza dell’Inpgi. 
L’art. 29 inserito nella legge di Bilancio presentata da pochi giorni al Senato (Ddl S. 2448) prevede dal 1.o luglio l’incorporazione dell’Inpgi 1 all’interno dell’Inps. In questo modo verrà posta la garanzia pubblica sui contributi previdenziali versati dai giornalisti italiani, ma soprattutto la politica andrà a colmare un vuoto pluridecennale di equità verso il nostro Istituto di previdenza. Per quanto riguarda  l’Inpgi 2, la cassa rimarrà autonoma – si chiamerà Inpgi, abbiamo appreso – ma andrà fatta una modifica allo Statuto dell’Inpgi per darle piena operatività. E in questa modifica dello Statuto ho chiesto che si possa finalmente prevedere la presenza anche del presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti all’interno della governance. A tutti gli effetti ho sempre considerato un’anomalia l’assenza di un rappresentante di diritto dell’Ordine dei giornalisti all’interno del Consiglio dell’Istituto di previdenza dei…giornalisti. La modifica dello Statuto andrà fatta a maggioranza qualificata e quindi anche la cosiddetta minoranza potrà incidere per definire il futuro della cassa degli autonomi.
A mio avviso l’operazione di trasparenza sulla situazione dei conti dell’Istituto nei confronti della politica andava fatta tempo fa, invece di attendere e puntare su un’unica soluzione che, anche se sostenuta da una base normativa che, però,  presupponeva l’ingresso controvoglia dei comunicatori sotto la gestione dell’Inpgi. Creare le condizioni per obbligare qualcuno a far qualcosa contro la propria volontà, non è mai un buon inizio. Abbiamo rischiato grosso, ma se il Parlamento confermerà quanto già deciso dal Governo guidato da Mario Draghi vi sarà una soluzione di garanzia rispettosa del passato e punto di inizio, si spera, della costruzione di un futuro che preveda una riforma complessiva dell’informazione non solo al passo con la previdenza, ma anche con l’evoluzione della professione.
Alcuni definiscono questa operazione un regalo alla categoria dell’informazione. E questo non è vero. Da quando sono arrivato all’Inpgi, a febbraio 2020, ho preso consapevolezza della drammatica situazione della casse dell’Istituto, ma soprattutto del fatto che non vi era una articolata strategia per uscire da una situazione che la crisi del mercato dell’editoria avrebbe finito con il peggiorare di giorno in giorno. 
Per tale ragione a livello nazionale e regionale assieme a un gruppo di colleghi del consiglio generale, del consiglio di amministrazione e il supporto storico e normativo di Pierluigi Roesler Franz, abbiamo iniziato a mettere in luce tante situazioni che ormai erano deteriorate a svantaggio dell’Inpgi. Parliamo di crediti per centinaia di milioni di euro che l’Istituto vanta nei confronti dello Stato e che non sono mai stati richiesti. Il prossimo 20 dicembre saranno 70 anni dall’entrata in vigore della legge Rubinacci che ha reso a tutti gli effetti l’Inpgi ente sostitutivo dell’Inps. Quindi, sono quasi settant’anni che siamo l’unico ente previdenziale che si accolla l’onere degli ammortizzatori sociali. E come se non bastasse, l’Inpgi ha dovuto coprire senza ristori pubblici centinaia di milioni di euro per il costo dei contributi figurativi previdenziali per il servizio militare e la maternità (sia prima di iniziare a lavorare, sia durante il lavoro, sia tra un’interruzione di lavoro e un’altra), nonché in favore di precari, disoccupati e cassintegrati. E non è, forse, clamorosa quanto paradossale la totale copertura da parte dell’Inpgi 1, anziché dello Stato, di tutte le posizioni previdenziali dei giornalisti per i quali la Cassazione a conclusione di vertenze giudiziarie durate in media una quindicina d’anni ha ritenuto validi i verbali ispettivi dell’ente nel caso, purtroppo, molto frequente in cui le stesse aziende editoriali dalle quali dipendevano sono fallite dopo aver avuto definitivamente torto in giudizio, lasciando così paradossalmente l’intero onere dei contributi figurativi a carico addirittura dello stesso ente di via Nizza? E perché anche i gravosi oneri, previsti da ben 51 anni e mezzo, dall’art. 31 dello Statuto dei lavoratori sulla futura pensione dei giornalisti eletti deputati, senatori, europarlamentari, o consiglieri comunali o consiglieri regionali o governatori di Regioni che hanno pesantemente intaccato i bilanci dell’ente di previdenza Giovanni Amendola non sono mai stati ristorati?
C’è stato, poi, anche il silenzio della Pubblica amministrazione rispetto all’applicazione della legge 150/2000 in vigore da 21 anni e che prevedeva la copertura delle posizioni giornalistiche con annesso il versamento contributivo all’Inpgi, obbligatorietà  spesso dimenticata ma ulteriormente ribadita dalla “storica” sentenza delle Sezioni Unite Civili della Cassazione del 29 luglio scorso. 

Di poste scoperte, quindi, ce n’erano in abbondanza e per tale ragione ho inteso trasmettere tutte queste informazioni ai parlamentari regionali, trovando da subito un’ampia disponibilità non solo all’ascolto. 
L’emendamento nella Finanziaria di dicembre 2020 presentato dagli onorevoli Sensi-Serracchiani-Viscomi ha aperto una finestra importante: innanzitutto la proroga del commissariamento collegata all’accollo da parte dello Stato degli ammortizzatori sociali, confermando il principio che l’Inpgi 1 è l’unico ente sostitutivo dell’Inps in base alla legge Rubinacci e quindi del tutto equiparato alla previdenza pubblica. E viene spontaneo chiedersi perché, già anni fa, non sia stato chiesto allo Stato questo tipo di intervento, che forse avrebbe consentito di non erodere il patrimonio dell’Inpgi fino a circa un terzo del suo valore e ad arrivare a una riserva tecnica di 1,2 anni.

Cassazione a Sezioni Unite sugli uffici stampa: poste di valore da considerare

Salvare la previdenza dei giornalisti italiani è un obiettivo da perseguire con determinazione. Con la recente sentenza delle Sezioni Unite Civili della Cassazione il tema degli uffici stampa e del versamento dei contributi all’Inps piuttosto che all’Inpgiirrompe a gamba tesa tra i temi della Commissione istituita dal decreto-legge Sostegni bis, per definire compiutamente la situazione e il futuro dell’Istituto entro il 20 ottobre 2021.

La motivazione della sentenza n. 21764 del 29 luglio 2021delle Sezioni Unite Civili della Cassazione spiega in modo chiaroe definitivo perché vanno versati all’Inpgi 1, e non all’Inps, i contributi previdenziali che vanno corrisposti dai giornalisti dipendenti degli uffici stampa sia della Pubblica amministrazione, che delle aziende private.

La sentenza stabilisce, infatti, che in presenza dello svolgimento di una attività giornalistica l’iscrizione all’Inpgi 1 ha portata generale a prescindere dalla natura pubblica o privata del datore di lavoro e dal contratto collettivo applicabile al rapporto.

La Suprema Corte nell’articolata sentenza che tratteggia tutta la storia dell’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani, indicando le varie norme che si sono succedute negli anni e che hanno riguardato la previdenza dei giornalisti italiani, fissa due imprescindibili e fondamentali principi di diritto:
1) “deve essere considerata giornalistica l’attività svolta nell’ambito dell’ufficio stampa di cui alla L. 150/2000 per il quale il legislatore ha richiesto il titolo dell’iscrizione all’albo professionale e previsto un’area speciale di contrattazione con la partecipazione delle Organizzazioni Sindacali dei giornalisti”;
2) “in presenza di svolgimento di attività giornalistica l’iscrizione all’Inpgi ha portata generale a prescindere dalla natura pubblica e privata del datore di lavoro e dal contratto collettivo applicabile al rapporto”.

Come più volte detto, con questa sentenza si va dare valore a una improcrastinabile verifica nazionale di tutte le posizioni esistenti a livello di Pubblica amministrazione e settore privato, con l’auspicio che la speciale Commissione tecnica istituita nei giorni scorsi a palazzo Chigi a seguito della conversione del decreto-legge Sostegni bis del governo Draghi, in forza della sua autorità – non dimentichiamo al suo interno ci sono sia l’Inpgi che l’Inps – possa avere contezza dell’entità dei mancati contributi versati nelle casse dell’Istituto.

Spetterà ora ai componenti della Commissione tecnica l’attenta valutazione di quanto affermato dalla Suprema Corte, perché va definitivamente a mettere chiarezza su un tema trascurato da molti per l’assenza in passato di indicazioni normative certe. E il risultato può portare contributi dovuti alle casse dell’Inpgi, attraverso il trasferimento dall’Inps con, in molti casi, anche 5 anni di arretrati, di quanto erroneamente versato. Per quanto riguarda il Friuli Venezia Giulia abbiamo già avviato nei mesi scorsi questa verifica sul territorio trasmettendo i riscontri all’Istituto. L’auspicio è che la Commissione in forza del suo ruolo e del tavolo di lavoro presente al suo interno possa prendere in considerazione questa importante partita finanziaria, che andrebbe sia a ridurre il deficit attuale, sia a garantire versamenti futuri per i prossimi anni, non solo a breve ma anche a lungo termine.

Va sottolineanto, inoltre, che i mancati versamenti sono un danno per tutta la categoria e passano attraverso milioni di euro che non entrano nelle casse di un istituto di previdenza che attendeva questa definitiva “legalizzazione” dell’aspettocontributivo relativo della professione del giornalista negli uffici stampa. Se a questa posta si aggiungono quelle della Legge Rubinacci e della legge Vigorelli, allora i numeri del bilancio dell’Inpgi potrebbero cambiare considerevolmente, potendo così guardare con maggiore ottimismo all’auspicata garanzia pubblica della previdenza dei giornalisti italiani già indicata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. 


Ecco la sentenza della Corte Suprema di Cassazione Sezioni Unite Civili, n. 21764 del 29 luglio 2021 (Presidente Giacomo Travaglino, relatore Caterina Marotta)

http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snciv&id=./20210729/snciv@sU0@a2021@n21764@tS.clean.pdf