L’IA contribuisce al crollo dei media manipolando la percezione pubblica

I responsabili dei media internazionali temono un crollo strutturale del giornalismo a causa dell’Intelligenza artificiale (IA). L’Intelligenza artificiale sta accelerando una trasformazione già in atto nel settore, mettendo sotto pressione il modello economico del giornalismo tradizionale. Il fenomeno non nasce con l’IA, ma ne è stato amplificato anche a causa della crescente diffusione dei chatbot conversazionali che forniscono risposte dirette, riducendo la necessità di consultare le fonti originali.

Editor e giornalisti devono adattarsi a una realtà in cui i motori di ricerca non sono più semplici collegamenti verso i siti web, ma veri e propri fornitori di risposte. Questo nuovo sistema riduce la libertà delle persone di consultare più media per informarsi, completando con più fonti il proprio approccio conoscitivo. Attraverso i chatbot la risposta è univoca, frutto della manipolazione dell’algoritmo su varie fonti, comprensive delle fake news, che sono sempre particolarmente indicizzate, fornendo così un’informazione che in molti casi non corrisponde alla realtà dei fatti.

Tutti noi vediamo, poi, cosa sta succedendo in questi giorni con i social media che diventano veicolo e resoconto di atti di vandalismo di giovani e giovanissimi (spesso minorenni) in varie città d’Europa, tra cui Milano. L’impiego di piattaforme digitali per inneggiare alla violenza con il coinvolgimento di minori e soggetti fragili non possono non trovare nella formazione e nelle norme indicazioni certe e una giusta tutela.

Sull’utilizzo dei social e sulla necessità di contribuire a definire delle regole l’Associazione Studium Fidei ha inteso porre l’accento all’interno della Carta di Trieste sull’Intelligenza artificiale, redatta in forma libera con l’apporto di competenze trasversali, con l’obiettivo di contribuire a fissare alcuni principi che possano indirizzare le politiche future in materia di IA, ponendo al centro l’agire dell’uomo quale presupposto essenziale nello sviluppo ed applicazione della medesima.

Va definito, viene precisato nella Carta, un sistema regolatorio che individui le responsabilità in caso di decisioni sbagliate dannose assunte dalla IA. Sviluppatori e progettisti: coloro che creano e sviluppano l’IA potrebbero essere ritenuti responsabili se il danno è dovuto a difetti dell’algoritmo. Proprietari e gestori dell’IA: coloro che utilizzano o gestiscono l’IA potrebbero essere considerati responsabili se il danno è avvenuto durante l’utilizzo o a causa di decisioni prese attraverso l’IA, soprattutto nel caso abbiano contribuito allo sviluppo e alla personalizzazione del sistema.

Non possiamo fidarci dei codici etici di coloro i quali producono sistemi di intelligenza artificiale. La necessità è quella di avere una neutralità e la libertà di accesso alle piattaforme senza dover autorizzare l’utilizzo dei dati personali. Serve un’autorità europea che garantisca la neutralità dell’algoritmo, tutelando al contempo il genio necessario alla sua realizzazione.

Il timore profondo non riguarda solo la visibilità, ma la manipolazione occulta della percezione pubblica: l’idea che l’algoritmo non sia uno strumento neutrale, ma un arbitro invisibile che decide quale visione politica debba prevalere, erodendo la democrazia attraverso una censura algoritmica che favorisce una parte a scapito dell’altra, rendendo il dibattito pubblico un terreno truccato anziché un confronto libero.

mons. Ettore Malnati, teologo e Andrea Bulgarelli, giornalista e comunicatore

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